Il termine hikikomori (letteralmente “stare in disparte, isolarsi”, dalle parole hiku “tirare” e komoru “ritirarsi”) è stato coniato agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso dallo psichiatra giapponese Saito Tamaki che, con tale espressione, voleva indicare un fenomeno socialmente preoccupante emerso in Giappone circa 10 anni prima.

Che cos’è?
Si tratta di una volontaria reclusione di alcuni soggetti che decidono di chiudersi completamente nella loro stanza per lunghi periodi di tempo, addirittura anni, rifiutando qualsiasi forma di contatto con il mondo esterno. È una condizione che nasce e si manifesta prevalentemente in Giappone per diffondersi poi in Corea e in Cina, e negli ultimi anni anche negli Stati Uniti, Australia e in Europa (Garcia Campayo et all., 2007; Kato et all., 2011; Ricci, 2014; Li, Wong , 2015). L’espressione inglese utilizzata per indicare tale condizione è social withdrawal, ovvero ritiro/isolamento sociale.
Secondo Saito (1998) gli hikikomori possono essere definiti tali solo nel momento in cui manifestano ritiro sociale da almeno 6 mesi, precedente fobia scolare, inversione del ritmo circadiano (ritmo giorno-notte), eccessiva timidezza e violenza fisica verso i genitori, dipendenza da internet. Vi sono degli hikikomori che però vivono una situazione “ibrida”, poiché non escono mai di casa ma parlano con i familiari e trascorrono anche del tempo fuori dalla propria stanza; oppure altri che escono soltanto accompagnati da qualche stretto familiare o insieme ad uno o al massimo due amici fidati; altri ancora che escono soltanto se stimolati ma non prendono mai l’iniziativa.

Hikikomori e dipendenza da Internet.
È importante, comunque sottolineare che tutti gli hikikomori, quando cominciano l’isolamento, sono accomunati dal desiderio di rompere completamente i rapporti attivi con il mondo esterno e in questo processo assume un’importanza particolare Internet e le sue potenzialità, soprattutto in Italia (in Giappone il numero degli hikikomori totalmente dediti alla rete ammonta a circa il 30%, secondo Ricci, 2014).
Come per gli hikikomori giapponesi, anche per quelli italiani non è possibile ritenere Internet il movente esclusivo della volontaria reclusione, costituendo però un dispositivo tecnologico che si adegua perfettamente all’isolamento poiché adempie a diverse funzioni. Quindi, non è la dipendenza dalla Rete a determinare la condizione di autoreclusione, quanto l’esigenza di autoisolarsi a favorire la ricerca di modalità di comunicazione che non implichino confronti diretti.
Attraverso Internet si ha la percezione di tenere tutto sotto controllo poiché ci si può collegare o scollegare quando si vuole, decidere cosa fare, stabilire con chi comunicare ecc. Inoltre il mondo virtuale, garantendo l’anonimato, assolve gli hikikomori dal compito di mettere se stessi di fronte all’altro, rifugiandosi piuttosto dietro false identità che infondono loro un senso di sicurezza. 
Accade così che soggetti che nella vita reale sono molto tranquilli, introversi e taciturni, in quella virtuale diventano aggressivi o trasgressivi e tirano fuori tutte quelle emozioni negative solitamente represse.
È bene precisare come comunque Internet, in molti di questi casi, costituisce un’ancora di salvezza rappresentando l’ultimo tentativo da parte della persona di rimanere agganciato al mondo esterno, salvando l’individuo dal suicidio o dal crollo psicotico (confusione, disorientamento spazio-temporale, incapacità di distinguere fra sé e altro, fra reale e immaginario).

L’Hikikomori in Giappone e in Italia.
In Giappone gli hikikomori sono più di un milione e mezzo e, solitamente, sono maschi di età media compresa tra i 18 e i 27 anni, figli unici o primogeniti, di ceto sociale medio alto e facenti parte di famiglie normali (Bagnato, 2017). Gli uomini, generalmente, fuggono da un sistema sociale e scolastico troppo pressante a cui devono necessariamente conformarsi; al contrario, le donne hikikomori (circa il 10%) si autorecludono poiché provano un forte senso di solitudine e isolamento derivante da una società che non le tiene in grande considerazione rispetto agli uomini (Filippini, 2010; Miyake et all., 2010; Teo et all., 2015). Negli ultimi anni si sta diffondendo in Giappone una forma di hikikomori in cui l’isolamento non riguarda più solo giovani studenti, ma anche adulti che decidono di autorecludersi per aver subito prepotenze o incontrato difficoltà sul posto di lavoro.
In Italia i primi casi di hikikomori sono stati registrati intorno al 2007/2008. Riuscire a identificare una data di comparsa del fenomeno non significa che il problema sia sorto all’improvviso: è possibile ipotizzare che esistesse da tempo, ma che le famiglie e i professionisti non gli avessero dato particolare attenzione. Le famiglie italiane considerano ancora oggi il problema come espressione di una transitoria crisi giovanile, tendendo a nascondere il comportamento anomalo del figlio.
Gli hikikomori italiani possono essere definiti come quei soggetti che non rifiutano a priori la società, ma a causa sia di specifici fattori individuali e contestuali, sia di stati emotivi negativi conseguentemente innescati, arrivano a maturare l’idea di non essere idonei alla partecipazione sociale, individuando come unica soluzione possibile quella di rinchiudersi nella propria stanza. Gli individui così diminuiscono forzatamente la loro presenza nel mondo che risulta notevolmente ridotto e contemporaneamente più agevole e comodo perché formato da pochissimi stimoli e significati, sviluppando sensazioni di autonomia e libertà in quanto non si è più costretti a rispondere alle aspettative sociali (Ricci, 2014).
Come nei casi giapponesi, anche gli autoreclusi italiani sono di solito soggetti molto brillanti, intelligenti, creativi e condividono con gli altri le stesse peculiarità patologiche.
Tra le situazioni “ibride”, quelle più diffuse in Italia riguardano alcuni giovani che frequentano la scuola, ma che suonata la campanella si ritirano in camera rifiutando qualsiasi forma di attività sociale oppure quelle di giovani che abbandonano la scuola o si rifiutano di iniziare percorsi post-scolastici per rinchiudersi in casa, mantenendo comunque alcune forme di contatto con la famiglia come mangiare insieme, parlare del più e del meno con alcuni membri. Nel nostro paese sono stati stimati circa 30.000 hikikomori, generalmente maschi che cominciano la reclusione intorno ai 18 anni.
Uno dei fattori di rischio principali sembra essere la scuola, nella sua globalità e complessità: l’incontro con l’altro di sesso opposto e la competizione con individui dello stesso sesso possono porre le basi affinché il soggetto si preoccupi di essere giudicato e rifiutato (Bagnato, 2017; Scodeggio, 2015).

Perchè si diventa Hikikomori?
Secondo Bagnato un aspetto importante ai fini della generazione di tale atteggiamento deriva dallo scarto tra ciò che è desiderato e ciò che è reale e che si esplica nel timore di non essere all’altezza dei propri obiettivi.
La maggior parte degli hikikomori italiani mostra senso critico verso la società ed è anche fiera di tale atteggiamento: questo tratto psicologico sembra riflettere una particolarità riferita al concetto di identità percepito, che consiste nel provare piuttosto raramente senso di appartenenza e coesione sociale che faccia loro sentire il dovere di aderire alla società.
L’analisi della condizione di hikikomori ha messo in evidenza che si tratta di un fenomeno multidimensionale prodotto dall’interazione di molteplici variabili che agiscono in tempi diversi e a livelli differenti: si tratta, dunque, di un problema socialmente prodotto derivante da un malfunzionamento del sistema comunicativo tra società, famiglia, scuola e individuo.

Come agire.
Da queste brevi considerazioni deriva che l’implementazione di una qualsiasi azione educativa di prevenzione e di intervento non può non tenere conto della necessità di lavorare su più fronti, cioè di operare non solo sul soggetto, ma anche su tutti i contesti di vita in cui è inserito.
La famiglia e la scuola dovrebbero assumere il ruolo di agenti di cambiamento educare i ragazzi ad essere socialmente competenti, cioè, formare giovani in possesso di quel repertorio di abilità cognitive, sociali ed emotive necessarie a instaurare relazioni con gli altri e con l’ambiente circostante e quindi nella piena possibilità di potersi progettare nel mondo.
Per approfondire e sensibilizzare sull’argomento, allego il video promosso dell’associazione Hikikomori Italia:
Come si aiuta chi non vuole essere aiutato?

Bibliografia
Bagnato, K., (2017). L’hikikomori: un fenomeno di autoreclusione giovanile. Carocci Editore. Roma.
Filippini, R., (2010). Eclissi giovanile nel Sol Levante. Hikikomori e il suo contesto sociale. Quaderni del Centro Studi Asiatico, 5/1, pp. 47-56.
Garcia Campayo, J. et all. (2007). A case report of Hikikomori. Spain Medical Clinic.129 (8), pp. 318-9.
Kato, T. A. et all., (2011). Does the “Hikikomori” Syndrome of social Withdrawal Exist Outside Japan? A preliminary international investigation. Social Psychiatry and Psychiatric Epidemiology. 47, pp. 1061-1075.
Li, T. M. H.; Wong, P. W. C., (2015). Youth social Withdrawal Behavior (Hikikomori): A systematic Review of qualitative and quantitative studies. Australian and New Zealand. Journal of Psychiatry. 49, pp. 595-609.
Miyake, Y.; et all., (2010). Lifetime prevalence,Psychiatric Comorbidity and demographic correlates of “Hikikomori” in a community population in Japan. Psychiatry Reseach. 176, pp. 69-74.
Ricci, C. (2014). La volontaria reclusione. Italia e Giappone: un legame inquietante. Aracne. Roma.
Saito., T., (1998). Hikikomori: adolescence without end. University of Minnesota Press. Minneapolis.
Scodeggio, T., (2015). La difficile relazione con i pari, in Spiniello, R.; Piotti, A.; Comazzi, D.; Il corpo in una stanza, adolescenti ritirati che vivono di computer. Franco Angeli. Milano.
Teo, A. R.; et all. (2015). Identification of the Hikikomori syndrome of social withdrawal: psychosocial features and treatment preferences in four countries. International Journal of Social Psychiatry. 61, pp. 64-72.