“Stavo cambiando treno in una stazione della metro di Milano. Seguo le indicazioni per arrivare al binario successivo, però mi rendo conto che sto camminando da davvero troppo tempo e il binario ancora non si vede. Il corridoio è una sorta di lungo tubo, tutto ricoperto di piastrelle gialle e compatte che si curvano con il soffitto, che è bassissimo, e io mi chiedo da quanto tempo non venga pulito o non entri aria fresca; poi rifletto sul fatto che non è mai, mai, mai stato illuminato dalla luce del sole. Probabilmente ero in apnea da un po’, non potevo non svenire”.

Il termine claustrofobia deriva dalla lingua latina claustrum (luogo chiuso) e dal greco phóbos (panico, paura) ed è la paura di luoghi chiusi, ristretti ed angusti in cui il soggetto si ritiene accerchiato e privo di libertà spaziale attorno a sé. Ascensore, metropolitana, sotterranei, ma anche stanze di piccole dimensioni, senza finestre, possono trasformarsi in luoghi tabù: quando si soffre di claustrofobia è frequente avere la sensazione che manchi l’ossigeno.

L’aria rappresenta la nostra fonte di sopravvivenza e ha una valenza importante anche sul piano psicologico, al punto che, in presenza di questo disturbo, spesso si cerca di evitare situazioni di chiusura non solo fisica. Talvolta la sensazione di oppressione può applicarsi anche alle relazioni sociali, motivo per cui si cerca una distanza liberante, in grado di offrire spazio. La paura di soffocare può essere poi causata anche da tutto ciò che limita le possibilità di movimento: pensiamo per esempio alle macchine per la risonanza magnetica in cui ci si trova a dover stare immobilizzati. Non si tratta, quindi, della paura specificatamente degli spazi piccoli, ma di quelli chiusi, che non hanno una chiara (o segnalata) via di uscita.
La claustrofobia può manifestarsi con ansia, sudorazione accentuata, nausea, difficoltà di respirazione, senso di oppressione, fino a sfociare in episodi con attacchi di panico. Fra i sintomi più comuni: battito del cuore accelerato, brividi, senso di vertigine, formicolio, sensazione di soffocamento. Sentirsi in trappola è una sensazione comune di chi soffre di claustrofobia.

Quali sono le cause del disturbo? Secondo alcuni studi all’origine potrebbe esserci un malfunzionamento dell’amigdala, che fa parte del sistema limbico e influenza il processo di percezione del pericolo; un’altra ipotesi, di ordine genetico, associa la patologia alla mutazione monogenica 6pmGa; allo scenario, si aggiunge il considerare il disturbo come conseguenza di una distorsione della rappresentazione dello spazio. Il disturbo, infatti, potrebbe avere una correlazione con il meccanismo percettivo della paura in relazione allo spazio, meccanismo che anticamente doveva avere un ruolo fondamentale dal punto di vista dell’istinto di sopravvivenza.
Anche traumi o modalità percettive sperimentate durante l’infanzia e l’adolescenza possono avere un legame con l’insorgenza del disturbo: quando il naturale istinto a esplorare viene scoraggiato, ciò tende ad associarsi anche alla percezione di sé e delle proprie possibilità.

In ogni caso, è adottata così una visione di ordine materialista-riduttivista: la ricerca di una relazione causa-effetto per spiegare la patologia pone come oggetto di studio la complessità biologica dell’individuo, perdendo di vista la corporeità dell’esistenza. Seguendo esclusivamente queste valide ipotesi, si cade nella condanna dell’impossibilità del cambiamento con il trattamento della patologia che si riduce a una riabilitazione delle funzionalità alterate.
È dimostrato, invece, che in individui predisposti, sopraggiunte costrizioni esistenziali che limitano importanti progetti di vita possono produrre una ipersensibilità corporea a qualsiasi forma di costrizione fisica, facilitando così lo scaturire di crisi ansiose in situazioni costrittive. Per comprendere realmente la patologia è necessario focalizzarsi sullo studio della vita effettiva nella sua storicità e singolarità, posizionando al centro dell’indagine e della cura la persona e il suo “mondo”. È importante comprendere in quale momento di quella specifica esistenza si genera quel senso di oppressione e di chiusura tipico di chi soffre di claustrofobia, quali accadimenti esistenziali ruotano attorno all’insorgenza del sintomo.

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