Percepire una certa ansia nelle situazioni sociali o quando si è al centro dell’attenzione è comune, soprattutto quando si deve parlare in pubblico, sostenere un esame o un colloquio di lavoro, chiedere un primo appuntamento alla persona che ci piace. Un certo livello di ansia è quindi normale, perché tutti abbiamo bisogno di essere valutati positivamente e stimati. Tuttavia, per chi soffre di fobia sociale, l’ansia è tale da impedire ogni comportamento arrivando ad evitare le situazioni in cui la si potrebbe sperimentare. Le occasioni in cui una manifestazione d’ansia può accadere sono molteplici, anche solo trovarsi in mezzo ad altre persone che potrebbero rivolgere la parola, chiedere informazioni, salire sui mezzi pubblici.
Ecco, ad esempio, degli stralci di colloquio con alcuni pazienti che riportano tali problematiche:

«Per me è già un incubo il solo pensare di dover andare ad una festa; quando sono costretto a partecipare sto in disparte, cerco di farmi notare il meno possibile».

«Mi sono resa conto che quando esco con gli amici del mio compagno arrossisco; mi è capitato anche che quando ho cominciato a chiacchierare con il mio capo, ho cominciato a rispondere a monosillabi […] si, mi capita anche quando devo uscire a cena oppure pranzare con tutta la mia famiglia […] che macello».

«Quando sono in azienda non mi capita quasi mai, ma evito i convegni nonostante sono uno dei più bravi del mio settore, perché il cuore mi batte a mille, inizio a sudare, la gola si secca e le parole non mi escono! È come se andassi completamente in tilt».

«Io non frequento i ristoranti o le pizzerie, non riesco a mangiare con tutte quelle persone che mi guardano».

«Lei non mi capiva, io non posso frequentare i locali, mi sono anche sforzato […] la mia idea di serata ideale è vedere un film sul divano; probabilmente è anche l’unica tipologia».

Tutte queste sono situazioni che può sperimentare chi soffre di fobia sociale, condizione di disagio e paura marcata che un individuo sperimenta in situazioni sociali nelle quali vi è la possibilità di essere giudicati dagli altri. Le persone fobiche temono che i propri comportamenti possano metterli nella condizione di essere valutati negativamente, di essere criticati, umiliati.
IL MONDO DEL FOBICO SOCIALE
Chi soffre di fobia sociale è una persona abbastanza solitaria che tende a rendersi “invisibile”; si privilegiano le situazioni in cui non si è al centro dell’attenzione e si evitano tutte quelle in cui si può essere giudicati. Come appena accennato, infatti, il nucleo centrale del disturbo è la marcata sensibilità al giudizio altrui: la persona con fobia sociale teme di essere osservata e di divenire oggetto di scherno o che le proprie prestazioni la possano esporre a valutazioni negative.

Si evidenzia la tendenza a essere molto critici e severi con se stessi, a provare intensa vergogna, inibizione, senso di inadeguatezza;  ci si percepisce come deboli, incompetenti e ridicoli, inadatti alle relazioni interpersonali e incapaci di gestire le interazioni sociali. Il timore del giudizio porta le persone fobiche a evitare molte situazioni: ciò che in realtà viene evitato è soprattutto la possibilità di avvertire uno stato ansioso e i suoi relativi sintomi, come conseguenza dell’interazione sociale. Se si è costretti a trovarsi, volenti o nolenti, in una di queste, l’ansia che pervade l’individuo è intensa e inizia a manifestarsi anche diversi giorni prima dell’evento, determinando lunghe rimuginazioni, pensieri e immagini mentali negative. In questo modo, come in una profezia che si auto-avvera, la prestazione reale viene compromessa proprio dall’eccessivo livello di ansia.
Nel momento in cui il fobico sociale è costretto ad esporsi, manifesta spiccati ed eclatanti sintomi di attivazione neurovegetativa tra cui palpitazioni, vertigini, tremori, rossore, sudorazione, vampate di calore. Il timore che possa sopravvenire un tale sconvolgimento emotivo (anche semplicemente il rossore del viso) monopolizza l’attenzione del soggetto che si concentrerà unicamente sull’atteggiamento dell’interlocutore, per capire se il disagio è stato percepito. In questi casi l’elevazione dei livelli di ansia aumenta la tensione così da determinare, realmente, difficoltà sul piano comportamentale le quali, a loro volta, rinforzano i timori del soggetto. Si crea così una spirale negativa con l’insuccesso che farà sperimentare di nuovo vergogna, umiliazione, senso di inadeguatezza, andando a rafforzarle e inducendo il ricorso a strategie di evitamento.

La vita sociale del fobico diventa così povera di relazioni, con pochi amici che vede raramente e preferibilmente non in luoghi pubblici o affollati. Si hanno notevoli difficoltà a trovare un partner perché, avendo una bassa autostima, la sola possibilità di sperimentarsi diventa un ostacolo: si cerca perciò di evitare di provare l’ansia tipicamente vissuta nei primi approcci con una persona sconosciuta; quando trova un partner, la persona ansiosa ha comunque problemi a mantenere la relazione, poiché spesso le limitazioni che si pone impediscono anche al partner di vivere una normale vita sociale. Inoltre, queste persone sperimentano spesso insuccesso scolastico e lavorativo e cercano lavori modesti che permettono loro di “non mostrarsi”, implicando pochissime interazioni con gli altri.

Scambiata spesso per timidezza, questa paura del mondo colpisce soprattutto le donne e può manifestarsi in tutto l’arco della vita, dall’infanzia all’età adulta. In base alla letteratura scientifica, la fobia sociale è il risultato  dell’interazione di più fattori, temperamentali, ambientali, culturali, e delle esperienze individuali vissute come episodi gravi o ripetuti in cui è stato umiliato, deriso, svalutato. Per porre diagnosi di fobia sociale è necessario che i sintomi sopra descritti siano presenti per almeno 6 mesi, come indicato nel DSM-5, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali.

UNA LETTURA NEUROSCIENTIFICA

Esiste un’evidenza esperienziale nella fenomenologia dei disturbi fobici che appare interessante per una loro spiegazione: la paura della paura. Questa compare in tutte quelle situazioni nelle quali la persona si spaventa dello stato acuto d’ansia che la coglie. In questi casi, l’alterazione della stabilità enterocettiva (percezione delle sensazioni interne al nostro corpo, dei muscoli, della struttura scheletrica e dei segnali provenienti dai visceri), che è significativamente correlata con l’alterazione del senso di stabilità personale, può causare crisi d’ansia acute fino ad arrivare a veri e propri attacchi di panico, inaspettati o spontanei (Liccione, 2011).
Poiché nei soggetti ansiosi, il contesto in cui si fa esperienza emerge influenzato dai propri segnali corporei (non posso andare ai convegni, nonostante sono uno dei più bravi del mio settore, perché il cuore mi batte a mille, inizio a sudare ecc.) a un esperienza di ansia acuta si accompagna un modo di vedere il mondo proporzionato all’esperienza angosciante in atto (ad esempio i convegni vengono percepiti come una situazione potenzialmente ansiogena).
Sembrerebbero essere implicati in questi processi i circuiti cortico-limbico e cortico-striatali, composti da strutture del cervello come l’amigdala, la corteccia prefrontale, l’ippocampo, la corteccia cingolata dorsale anteriore (DACC) e lo striato, che a loro volta sono tendenzialmente responsabili di una serie di processi cognitivi e affettivi riguardanti l’attenzione, la memoria, il giudizio e l’interpretazione di sé e degli altri. Usando la risonanza magnetica funzionale (fMRI), gli scienziati hanno dimostrato che queste regioni del cervello diventano attive quando le persone provano ansia ma, ad oggi, appare molto complicato definire un modello univoco di come queste interagiscano.
 

COME SI PUÒ INTERVENIRE
Ma cosa fare quando l’ansia diventa invalidante e la qualità della vita viene compromessa? Dalle ricerche presenti in letteratura è chiaro come l’utilizzo di antidepressivi e benzodiazepine può accompagnare la psicoterapia ed è utile soprattutto nei casi più gravi. Tuttavia la sola terapia farmacologia, senza quella psicoterapica, non è risolutiva e presenta alti tassi di ricaduta.
Diventa essenziale quindi affrontare un percorso terapeutico con l’obiettivo di ricercare quelle esperienze di vita che hanno inciso sulla strutturazione di tali problematiche. Intervenire già dall’infanzia o in adolescenza risulta spesso molto proficuo, cercando fin da subito di sviluppare il proprio potenziale e permettere, sia ai ragazzi che agli adulti che soffrono del disturbo, di vivere una vita maggiormente serena e soddisfacente, sperimentando relazioni il più possibile appaganti.

Bibliografia
Cozolino L. J. (2010). The Neuroscience of Osychoterapy, Healing the Social Brain; 2 ed. New York: Norton & Company.
Duval E.R., Javanbakht A., Liberzon I., (2015). Neural circuits in anxiety and stress disorders: a focused review. Ther Clin Risk Manag. 2015; 11: 115–126. doi: 10.2147/TCRM.S48528
Gadye L. (2018). What Part of the Brain Deals With Anxiety? What Can Brains Affected by Anxiety Tell us?. https://www.brainfacts.org/Diseases-and-Disorders/Mental-Health/2018/What-part-of-the-brain-deals-with-anxiety-What-can-brains-affected-by-anxiety-tell-us-062918
Liccione, D. (2011). Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica. Torino: Bollati Boringhieri.
Mathur D., (2010). The Neurobiology of Social Anxiety Disorder. http://www.brainblogger.com/2010/04/22/the-neurobiology-of-social-anxiety-disorder/
Stein M.B., Goldin P.R., Sareen J., Zorrilla L.T., Brown G.G., (2002). Increased amygdala activation to angry and contemptuous faces in generalized social phobia. Arch Gen Psychiatry. 2002 Nov;59(11):1027-34.
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