Alla fine del XIX secolo il gioco d’azzardo, dopo essere stato per secoli territorio di competenza religiosa (il gioco indicato come peccato) o del diritto (il gioco come reato) è iniziato a divenire un fenomeno oggetto di interesse medico/psicologicico (il gioco come possibile malattia).

Il Disturbo da Gioco d’Azzardo (gambling) è un comportamento problematico, persistente o ricorrente legato al gioco d’azzardo. Si presenta per un periodo di 12 mesi e comporta disagio e compromissione clinicamente significativi secondo il DSM-5, nell’area delle dipendenze patologiche. E’ caratterizzato dall’incapacità di resistere alla tentazione “persistente, ricorrente e maladattiva” di giocare somme di denaro elevate, incluso lo scommettere su determinati giochi (es. carte, attività sportive, lotterie, slot machine).

La dipendenza da gioco si distingue dal gioco ludico per la modalità maladattiva, ricorrente e persistente. Questa esercita un’influenza negativa sui domini personali, professionali, familiari e sociali e spesso è accompagnata da perdite finanziarie e problemi legali.

L’UOMO, IL GIOCO E L’AZZARDO

Giocare è una forma di attività comune sia agli esseri umani che al mondo animale; gli etologi, hanno osservato e descritto nei primati una notevole varietà di attività ludiche, con funzione di facilitazione di apprendimento di comportamenti adulti; allo stesso modo il giocare è per il bambino e, più in generale, per l’essere umano un’attività necessaria, permette di creare o ri-creare la realtà, per poterla esperire attraverso la mediazione protettiva di un come-se, di una rappresentazione teatralizzata nella quale l’individuo prova a vivere, a fare esperienza del mondo e ad agire nel mondo. Inoltre, accanto a questa funzione conoscitiva, il gioco e lo spazio-tempo nel quale esso è giocato, rappresentano uno schermo bianco sul quale è possibile drammatizzare e proiettare le proprie fantasie, costituendo un terzo spazio virtuale o “transizionale”, che è lo spazio dell’illusione, che consente di esplorarle in sicurezza e di interconnetterle vicendevolmente.

Nell’uomo il gioco assume infinite forme e funzioni: diventa esercizio preparatorio ai diversi compiti esistenziali (biologici, sociali, relazionali, culturali), serve ad appagare i bisogni fondamentali del controllo delle cose, del bisogno di dominare, di competere e misurarsi, di autoaffermarsi attraverso la sfida. Serve anche a concedersi svago, sollievo in forma di autogratificazione.

Huizinga (1938) descrisse il gioco come «un’azione libera, conscia di non essere presa sul serio e situata al di fuori della vita consueta, […] azione a cui non è legato un interesse materiale, dalla quale non proviene vantaggio e che si compie entro un tempo e uno spazio magici”. E’ evidente che questa definizione di gioco esclude l’azzardo, in quanto attività alla quale potenzialmente si lega un “vantaggio” e un “interesse materiale».

Secondo Caillois (1958) tale restrizione però è ingiustificata, in quanto motivata più da fattori culturali e morali, che da un’obiettiva distinzione di significati e scopi. I giochi d’azzardo si rivelano anzi essere una delle più tipiche manifestazioni comportamentali umane. I giochi d’azzardo rappresenterebbero il rischio (Alea), un abdicazione della volontà e un abbandono al destino, quindi giochi umani per antonomasia: infatti gli animali essendo «esclusivamente immersi nel loro immediato e troppo schiavi dei loro impulsi, non sono in grado di immaginare una potenza astratta e insensibile al cui verdetto sottomettersi anticipatamente per gioco e senza reagire».

Proprio in questa stretta connessione con i meccanismi biologici e le valenze psicologiche della gratificazione, il gioco, e per la sua specificità in particolare, il gioco d’azzardo, può trasformarsi in un’attività patologica. In questi casi è come se i normali sistemi di inibizione della ricerca delle gratificazioni (comunemente detti di sazietà o di appagamento) risultassero fuori uso e tale ricerca divenisse fuori controllo e compulsivamente ripetuta.

CHI È IL GIOCATORE PATOLOGICO

Diversi studi hanno dimostrato l’eterogeneità della popolazione che soffre di questa patologia, tuttavia alcuni autori hanno tentato di definire un confine fra giocatore sociale e patologico. Lo psicoanalista Edmund Bergler  distingue il giocatore patologico da quello che egli chiama “il giocatore della domenica” (sunday-gambler), poichè è giusto sottolineare che “not everyone that gamble is a gambler…” (non tutti quelli che giocano sono giocatori d’azzardo…).

Le caratteristiche del giocatore patologico secondo Bergler sono ben precise: deve giocare frequentemente in quanto il fattore quantitativo è indispensabile per differenziare. Il gioco se patologico deve prevalere su tutti gli altri interessi della persona: «le sue fantasie e i propri sogni a occhi aperti si concentrano attorno a questa idea; [il gioco] e la concentrazione patologica su di esso, mettono in ombra ogni altra cosa: interessi, affetti, hobby, lavoro ecc».

Il giocatore patologico è pieno di ottimismo e non impara dagli errori, «è apparentemente un eterno ottimista […] La sua convinzione in una finale vittoria non è scalfita dalle perdite finanziarie, anche se ingenti […] Ogni giocatore dà l’impressione di un uomo che abbia sottoscritto un contratto con il Fato, stipulando il quale egli avrà infine la ricompensa, in funzione della propria perseveranza»

 Il giocatore patologico non si ferma in caso di vincita, non considera le sue vittorie come il risultato delle probabilità, ma come il pagamento insito nel suo contratto con il Fato, che garantisce che egli sarà permanentemente un vincitore.

Altra caratteristica è il rischio in eccesso: «Il giocatore compulsivo è sempre motivato da sensi di colpa, consci o inconsci […] Presto o tardi egli perde la testa, dimentica le sue buone intenzioni e rischia tutto in una sola puntata, solamente per perdere. Alcune motivazioni intime conducono il giocatore a ripetere questa modalità di gioco che non ha spiegazione logica».

Infine vi è una sensazione di piacevole tensione (thrill), percepita durante il gioco; una tensione che nello stesso momento è dolorosa e gratificante (pleasurable-painful tension), una sorta di desiderio impellente per questa particolare tensione che frequentemente sovrasta il desiderio di vincere.

LA PARABOLA DEL GIOCATORE

Secondo molti studiosi il gioco compulsivo può essere accostato ad una malattia progressiva, la quale attraverserebbe tre fasi successive.

La prima fase è la fase vincente, caratterizzata inizialmente da gioco occasionale e da qualche vincita importante. Lo scopo del gioco è soprattutto il divertimento e la distrazione. Questa fase determinerebbe un progressivo aumento dell’attività di gioco e dell’investimento psicologico ed economico su di esso, senza tuttavia che ciò determini particolari conseguenze per il giocatore.

Dopo questo periodo di tempo il giocatore entrerebbe nella cosiddetta fase perdente, caratterizzata da un gioco sempre più solitario, da periodi di perdita prolungati, dall’ “eccessivo assorbimento” e dalla progressiva perdita di controllo sul comportamento. Inizia inoltre a evidenziarsi una sempre maggiore perdita economica con il formarsi dei primi debiti e la richiesta dei primi prestiti. In questa fase il giocatore tenderebbe a puntare su giochi che gli offrano minori possibilità di vincita e che promettano vincite più elevate. E’ in questa fase che s’innesca il fenomeno dell’inseguimento delle perdite, come precedentemente descritto.

Il passaggio successivo è verso la fase della disperazione, durante la quale c’è una totale perdita della capacità di controllo del comportamento di gioco; la persona è immersa nel tentativo disperato di conquistare quella big win che è vista come l’unica possibile via di uscita. Sono comuni durante questa fase, un aumento dell’irritabilità, alterazioni del tono dell’umore repentine, attacchi di panico, fantasie di fuga o di suicidio; tuttavia il giocatore può ancora ostentare sicurezza, la quale viene riacquistata in particolare durante i momenti di gioco. La fase della disperazione può infine condurre il giocatore ad una richiesta di aiuto.

LA NECESSITA’ DELL’AIUTO

La causa della dipendenza patologica è la risultante di una serie di fattori predisponenti bio-psico-sociali che, in presenza di uno stimolo scatenante, danno origine alla patologia compulsiva conclamata. Solo la concomitanza di questi fattori può spiegare l’insorgenza della malattia. Si è notato infatti che uno solo dei fattori predisponenti non è in grado di precipitarla.

Quando il Disturbo da Gioco d’Azzardo compare si manifesta con le caratteristiche tipiche di tutte le dipendenze: assuefazione (il giocatore deve giocare sempre di più), perdita di controllo (il giocatore non può evitare di giocare e di fermarsi quando inizia), sindrome di astinenza (il giocatore sta male fisicamente e/o psichicamente se non gioca), craving (bisogno compulsivo di giocare).

In presenza di queste manifestazioni il gioco non esiste più, vengono a mancare le premesse indispensabili perché quell’attività sia definita tale: manca la libertà del soggetto, ormai schiavo della compulsione; mancano le regole di spazio e tempo prestabilite; manca la possibilità di uscire dal gioco quando lo si desidera. Senza le regole di un setting definito, la dimensione ludica crolla e ci lascia di fronte a una situazione molto diversa. E’ la situazione di una terribile malattia in grado di devastare la vita del soggetto, quella dei suoi cari e quella di tante altre persone che gli ruotano attorno nell’ambito sociale.

La dipendenza da gioco può essere trattata, in particolar modo con percorsi mirati di psicoterapia, fino ad arrivare nei casi più gravi a dei percorsi residenziali, che mirano tutti a riportare una buona indipendenza dell’individuo e ad una effettiva restituzione del mondo perso.